Mamma preoccupata perché il figlio è troppo silenzioso: poi ha usato questa ‘parola magica’ e ora lui le confida tutto

Ogni mamma che torna a casa dopo una giornata intensa, cerca lo sguardo di suo figlio, ma spesso accade che lui evita il contatto visivo. A quel punto, di solito, ci si avvicina con dolcezza e si pone la solita domanda: “Cosa c’è che non va?”. La risposta è un “niente” secco o, ancora peggio, un silenzio assordante.

Questa scena è vissuta da migliaia di genitori ogni giorno. La psicologia infantile insegna però che il silenzio di un bambino non è quasi mai mancanza di fiducia. Spesso è semplice incapacità di gestire un caos emotivo interiore. In Brasile, a Florianópolis, la giornalista Gabrielle Tavares ha riacceso i riflettori su un metodo rivoluzionario. La dottoressa Reem Raouda, esperta di genitorialità consapevole e collaboratrice della CNBC, ha analizzato il fenomeno.

Secondo la specialista, costringere un bambino a spiegare i propri sentimenti può essere controproducente. Il cervello dei più piccoli, infatti, non è ancora programmato per l’auto-analisi razionale durante una crisi. Esiste però una chiave diversa. Una strategia che non interroga, ma accoglie. Una domanda che ha il potere di abbassare i livelli di cortisolo e far sì che anche i più piccoli riescano ad ‘aprirsi’. Molti esperti di intelligenza emotiva concordano: il segreto risiede nel cambiare prospettiva. Non bisogna chiedere al bambino di giustificare il suo dolore, ma di condividerne il peso. Questa tecnica è stata testata su un campione di oltre 200 bambini. I risultati sono stati sorprendenti: il senso di sicurezza generato ha ridotto l’agitazione quasi istantaneamente.

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Una giovane mamma abbraccia suo figlio – quartieresandonato.it

La svolta psicologica della rapporto mamma-figlio: perché “dimmi cosa ti risulta difficile” cambia ogni cosa

Qual è dunque questa frase miracolosa? La dottoressa Raouda suggerisce di sostituire ogni quesito provato in precedenza con: “Dimmi cosa ti risulta difficile in questo momento”. Può sembrare un cambiamento sottile, forse banale. Eppure, a livello neurologico, l’impatto è enorme. Ma perché questa strategia funziona?

Prima di tutto, questa domanda riduce lo stare sulla difensiva. Quando si chiede “perché?”, il bambino si sente spesso sotto accusa. La parola ‘magica’ “difficile”, invece, trasmette un sostegno importante. Il bambino capisce che non è lui ad essere “sbagliato”, ma la situazione ad essere complicata. Questo piccolo cambiamento evita la chiusura tipica dello stress.

In secondo luogo, si stimola il linguaggio emotivo in modo naturale. I bambini piccoli faticano a distinguere tra rabbia, delusione o stanchezza fisica. Invitandoli a parlare di una “difficoltà”, si permette loro di descrivere i fatti. Partendo dai fatti, i sentimenti emergono spontaneamente, senza la pressione di dover dare loro un nome tecnico.

Un altro aspetto fondamentale riguarda la sicurezza emotiva. La frase comunica un messaggio potente: “Io sono qui e posso reggere il peso della tua emozione”. Spesso i genitori cercano di risolvere il problema troppo in fretta. Una mamma vuole vedere i propri figli sorridere subito, ma tutto ha un tempo di attesa, quindi è essenziale dare ai bambini modo di esprimersi. Usare questa strategia dà ai piccoli un prezioso senso di controllo. Loro decidono quanto e quando raccontare.

In generale, bisognerebbe insegnare ai propri figli a normalizzare le emozioni difficili, insegnando loro che soffrire o faticare fa parte della vita quotidiana, ma che tutto si può affrontare insieme. Insomma, non occorre presentarsi come ‘salvatori’ dei bambini, ma come compagni di viaggio che offrono una mano con empatia e parole gentili.

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