Da oggi, venerdì 30 gennaio 2026, Netflix riporta sul catalogo un film che svela il mondo di Silvio Berlusconi e della Mediaset. Non si tratta di Loro di Paolo Sorrentino. Qui non ci sono trucchi, finzioni e maschere. E non c’è nemmeno il mastodontico Toni Servillo. Videocracy – Basta apparire è un viaggio autentico nella realtà. Il regista italo-svedese Erik Gandini racconta il cuore del berlusconismo con le telecamere della televisione commerciale.
Il documentario esplora un’epoca in cui Silvio Berlusconi non era solo un politico, ma anche l’uomo dei media grazie a Milano 2. Gandini guarda l’Italia dalla prospettiva di chi non vi è cresciuto. Vede una videocrazia, un posto – cioè – dove ciò che non arriva sullo schermo non è mai accaduto o non esiste. Il film fece scandalo alla 66ª Mostra del Cinema di Venezia a causa di un trailer che nessuno aveva il coraggio di trasmettere. Tanto la Mediaset quanto la RAI rifiutarono di metterlo in onda, definendo il film “uso politico delle frequenze”. Questa esclusione dai canali ufficiali si trasformò in un catalizzatore di attenzione mediatica (un po’ quello che è accaduto con il recente Falsissimo). Oggi, quel documentario arriva in streaming.
Tra i protagonisti troviamo figure iconiche della cronaca italiana. C’è Lele Mora, l’agente dei VIP, ritratto nella sua villa ricchissima, e c’è perfino l’ex re dei paparazzi Fabrizio Corona. Eppure il vero cuore del film è Ricky Canevali. Si tratta di un operaio che sogna di diventare il nuovo Ricky Martin. Lui rappresenta una generazione intera che ha visto nella televisione l’unica possibilità di ‘sfondare’ e arricchirsi davvero.
Netflix e le ombre della tv commerciale: perché Videocracy è ancora un pugno nello stomaco
Guardare Videocracy nel 2026 è più attuale che mai, dato che permette di capire la visione di Gandini del dietro le quinte della tv commerciale. Il documentario non utilizza una voce fuori campo, ma fa parlare i fatti. Vediamo il retroscena di un sistema che – secondo il regista – farebbe venire il desiderio di fama a chiunque, una fabbrica di sogni che però spesso produce solo illusioni. Il film mostra come i valori di Silvio Berlusconi si siano diffusi anche grazie al celebre jingle “Meno male che Silvio c’è”.

Guardando le scene del documentario, le immagini d’archivio degli anni ’80 e ’90 scatenano nostalgia e perplessità per quanto sembrano lontane nel tempo. Eppure, le radici del presente che vediamo sul piccolo schermo oggi sono tutte lì. La televisione commerciale per più di 30 anni ha cambiato e continua a cambiare il nostro modo di vedere le cose.
Videocracy è stato celebrato nei festival di tutto il mondo, da Toronto a Sheffield. La critica internazionale, compreso il New York Times, lo ha definito quasi disturbante. La Fandango lo portò al cinema tra mille polemiche, ma solo oggi il pubblico potrà visionarlo in tranquillità, da casa, e in qualsiasi momento. Molti spettatori troveranno analogie forti con il presente come il concetto di “apparire a ogni costo” (non per forza in tv, si pensi ai social) o l’importanza della bellezza femminile sul piccolo schermo. Oggi Netflix offre l’occasione di fare i conti con il passato recente italiano. Videocracy non è un film politico, ma uno spaccato su un metodo di fare tv, quello che ha portato Berlusconi a dominare la scena italiana per anni.
