Compri kiwi al supermercato: quello che non ti dicono potrebbe costarti caro

Quando afferriamo una vaschetta di kiwi al supermercato, raramente ci soffermiamo su un dettaglio cruciale: da dove provengono realmente questi frutti? La mancanza di trasparenza sulla provenienza geografica rappresenta oggi uno dei problemi più sottovalutati nella grande distribuzione, eppure influisce direttamente sulla qualità di ciò che portiamo in tavola e sull’impatto ambientale delle nostre scelte alimentari.

Perché la provenienza dei kiwi dovrebbe interessarci

L’origine geografica di un kiwi non è un’informazione secondaria. Questo dato nasconde una serie di implicazioni che vanno ben oltre la semplice curiosità: parliamo di freschezza, sostenibilità, supporto all’economia locale e perfino di sapore. Un kiwi che ha viaggiato per migliaia di chilometri attraversa diversi cicli di refrigerazione, perde gradualmente le sue proprietà organolettiche e contribuisce significativamente alle emissioni di CO2 legate al trasporto.

La normativa europea impone l’indicazione del paese di origine per frutta e verdura fresca attraverso il Regolamento (UE) n. 1169/2011, che stabilisce che l’origine deve essere indicata quando l’omissione potrebbe indurre in errore il consumatore medio riguardo alla provenienza effettiva del prodotto. Eppure nella pratica quotidiana questa informazione risulta spesso poco visibile, stampata in caratteri microscopici o posizionata in punti difficilmente leggibili della confezione. In alcuni casi, le etichette riportano diciture generiche come “origine UE” o “origine extra-UE”, che di fatto non permettono al consumatore di comprendere l’effettiva provenienza del prodotto.

Come decifrare le etichette esistenti

Quando acquistiamo kiwi sfusi, l’indicazione dell’origine dovrebbe trovarsi sul cartellino del banco o sulla cassetta esposta. Nel caso di prodotti confezionati, l’informazione va ricercata sulla vaschetta stessa. Tuttavia, non sempre questi dati sono immediatamente comprensibili.

Le diciture “Origine Italia” o un nome di regione specifica indicano provenienza nazionale, mentre “Origine UE” può mascherare provenienze da qualsiasi stato membro dell’Unione Europea. La formula più vaga rimane “Origine extra-UE”, che include potenzialmente tutti i paesi al di fuori dell’Europa. Spesso troviamo anche codici alfanumerici riferiti al produttore o al confezionatore, ma non necessariamente al luogo di coltivazione.

L’inganno delle stagionalità alterate

Un aspetto raramente considerato riguarda la disponibilità dei kiwi tutto l’anno sugli scaffali. Questa apparente abbondanza costante dovrebbe farci riflettere: come è possibile trovare kiwi freschi anche fuori dalla loro naturale stagione di raccolta? La risposta risiede nelle importazioni da paesi dell’emisfero australe, dove le stagioni sono invertite rispetto alle nostre.

Durante i mesi primaverili ed estivi, molti kiwi provengono da Nuova Zelanda, Cile o altre nazioni lontane. Senza un’etichettatura chiara, il consumatore acquista ignaro un prodotto che ha percorso oltre 12.000 chilometri, vanificando qualsiasi tentativo di seguire principi di sostenibilità alimentare. Secondo dati ISTAT del 2022, l’Italia ha importato circa 25.000 tonnellate di kiwi da Nuova Zelanda e Cile nei mesi estivi, coprendo il 40% del fabbisogno nazionale fuori stagione.

Strategie pratiche per scelte più consapevoli

Di fronte a questa situazione di scarsa trasparenza, esistono comportamenti che possiamo adottare per orientarci meglio. Chiedere direttamente al personale del reparto ortofrutta rappresenta un diritto del consumatore: i responsabili di reparto hanno accesso a documenti di trasporto e bolle che indicano la provenienza esatta della merce. Non esitiamo a porre domande specifiche.

Preferire i mercati locali o i gruppi di acquisto solidale quando possibile garantisce una tracciabilità più trasparente e diretta. Qui la filiera è spesso più corta e le informazioni più facilmente verificabili. Un’altra strategia efficace consiste nel rispettare la stagionalità naturale dei kiwi italiani, che vengono raccolti tra ottobre e novembre e possono essere conservati fino a primavera inoltrata. Acquistare kiwi in piena estate significa quasi certamente optare per prodotti importati da grandi distanze.

Secondo il Ministero delle Politiche Agricole, la stagione di raccolta principale per i kiwi italiani è da fine ottobre a dicembre, con conservazione in celle frigorifere che ne prolunga la commercializzazione fino a maggio. Questa consapevolezza ci aiuta a fare scelte più informate.

L’impatto nascosto delle nostre scelte

Ogni volta che acquistiamo kiwi senza conoscerne la provenienza, rinunciamo a esercitare un potere importante: quello di premiare produzioni più sostenibili e vicine. L’Italia è tra i principali produttori mondiali di kiwi, con circa 450.000 tonnellate annue nel 2023, e coltivazioni concentrate soprattutto in Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna. Eppure, paradossalmente, nei nostri supermercati troviamo spesso kiwi importati a prezzi competitivi che spiazzano il mercato interno, rappresentando il 30% del totale consumato.

Questo fenomeno genera conseguenze a catena: i produttori locali faticano a competere, le emissioni legate al trasporto crescono, e noi consumatori paghiamo prodotti che hanno perso freschezza durante settimane di viaggio e stoccaggio. Uno studio di Coldiretti stima che il trasporto di kiwi dall’emisfero sud genera fino a 1,5 kg di CO2 per kg di frutto.

Cosa possono fare i consumatori

La tutela dei nostri diritti passa anche attraverso la pressione che possiamo esercitare come clienti. Segnalare ai responsabili dei punti vendita la difficoltà nel reperire informazioni chiare sulla provenienza crea consapevolezza e può spingere verso politiche di maggiore trasparenza. Utilizzare le app di alcune catene distributive per inviare feedback o richieste specifiche rappresenta un altro canale efficace.

Le associazioni dei consumatori raccolgono sistematicamente segnalazioni su etichettature carenti o fuorvianti, potendo così intervenire con azioni collettive. La scelta di un kiwi può sembrare un gesto banale, ma racchiude in realtà significati profondi legati alla sostenibilità, alla salute e al supporto delle economie locali. Pretendere etichette chiare, leggibili e informative non è un capriccio: è un diritto fondamentale che ci permette di trasformare la spesa quotidiana in un atto di cittadinanza attiva e responsabile.

Quando compri kiwi controlli da dove provengono?
Sempre guardo la provenienza
Solo se è ben visibile
Mai ci ho fatto caso
Preferisco kiwi italiani sempre
Compro quello più economico

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