Ieri sera milioni di italiani si sono sintonizzati su Rai 1 per seguire il Don Massimo di Raoul Bova in una delle fiction Rai di punta: Don Matteo. Il personaggio in questione è ormai un’istituzione della serialità nazionale. La sua empatia e quel volto rassicurante che hanno preso il posto dell’altrettanto capace Terence Hill, hanno conquistato il pubblico di Spoleto e dintorni. Eppure, esiste un’altra versione dell’attore romano che appassiona in streaming.
Su Netflix l’attore è nel cast di Emily in Paris, il fenomeno globale creato dal genio di Darren Star. In questa produzione, Bova non deve risolvere delitti o confessare peccatori. Qui, l’attore si trasforma in Giancarlo, un regista pubblicitario italiano di grande successo e fascino intramontabile. Il contrasto è quasi assurdo per lo spettatore abituato a vederlo con la tonaca. Ma è proprio questo il bello di essere attori. In Emily in Paris, Raoul Bova si muove tra Parigi e Roma. Incarna l’leganza internazionale del marketing di lusso.
La serie segue le avventure di Emily Cooper, interpretata dalla figlia d’arte Lily Collins. La giovane americana, trasferitasi da Chicago, cerca di ambientarsi a Parigi lavorando presso l’Agence Grateau. Nella quarta stagione, l’ingresso di Bova rompe gli equilibri preesistenti. Il suo personaggio è l’ex mentore di Sylvie Grateau, la bellissima direttrice di Emily interpretata da Philippine Leroy-Beaulieu. Non è solo un ruolo secondario. Qui Bova svela una carica magnetica che gli italiani stanno iniziando a dimenticare per via dei ruoli troppo “rassicuranti” (come quello di Don Matteo o di Buongiorno, mamma).
Il pubblico internazionale sta scoprendo un interprete versatile. Accanto a star come Ashley Park (Mindy Chen) e Lucas Bravo (Gabriel), Raoul non sfigura affatto. Anzi, la sua presenza aggiunge quella “punta italiana” che rende la serie ancora più intrigante.

Oltre la tonaca di Don Matteo: perché il “Giancarlo” di Raoul Bova su Netflix è il ruolo della maturità
Dimenticate per un attimo Cecchini e campanili. Il fascino di Giancarlo in Emily in Paris risiede nella sua sicurezza. È un uomo di potere, un creativo che domina i set cinematografici con uno sguardo. Questo ruolo permette a Raoul Bova di esplorare sfumature diverse. È seducente, a tratti spigoloso, profondamente inserito nel mondo dell’alta società romana. Passare da una produzione Lux Vide a una hit mondiale di Netflix non è da tutti. Richiede una capacità di adattamento fuori dal comune. In Italia, Bova è il padre, il fratello o il prete che tutti vorrebbero. All’estero, grazie a questa serie, diventa il simbolo dello stile italiano più raffinato e desiderabile.
L’ultima stagione di Emily in Paris non è solo una commedia romantica, ma una vetrina che celebra la bellezza dei nostri luoghi. Le scene girate nella Capitale mostrano una città immortale. Qui si inserisce benissimo il legame del personaggio di Bova con Sylvie. Molti fan si chiedono se questa svolta internazionale allontanerà prima o poi l’attore dalla serialità italiana. La risposta è complessa. Certamente, il successo su una piattaforma globale come Netflix apre porte incredibili a Hollywood. Ma la forza di Bova è proprio questa sua doppia anima. Può essere l’umile investigatore di Dio e, un attimo dopo, il regista più corteggiato d’Europa. Mentre Don Matteo continua a macinare record di ascolti, il consiglio è quello di accendere Netflix per vedere un Raoul Bova incredibilmente magnetico muoversi tra i tavolini di un bar romano.
