C’è una scena che si ripete in quasi ogni casa: una nonna siede al tavolo e sfida se stessa con un Sudoku o un cruciverba. Lo fa con impegno, come se – da quando è in pensione – fosse quella l’attività più importante della giornata. Esiste, in effetti, una paura silenziosa che accomuna le donne dopo i 60 anni: il declino cognitivo.
La scienza della salute cerebrale ha consigliato per decenni la lettura e gli scacchi. Molte nonne seguono questi consigli con disciplina ferrea. Temono che la demenza senile o l’Alzheimer possano cancellare i loro ricordi più cari. Provano in tutti i modi a stimolare le sinapsi e la memoria a breve termine in solitudine. Tuttavia, molti con il tempo hanno capito che questi esercizi non bastano. La sensazione di “nebbia mentale” continua nonostante gli sforzi.
La ricerca dell’Università di Tilburg, nei Paesi Bassi, si riferisce proprio a questo fenomeno. Il team di Flavia Chereches ha analizzato il comportamento di circa 3.000 nonni nel Regno Unito. I partecipanti hanno preso parte all’English Longitudinal Study of Ageing (ELSA), ovvero uno studio imponente durato sette anni, dal 2016 al 2022. I ricercatori hanno misurato la fluidità verbale e le funzioni esecutive di soggetti con un’età media di 67 anni. I risultati, pubblicati su Psychology and Aging, sono sorprendenti.
Esiste, in verità, un’attività più potente di qualsiasi gioco di logica: prendersi cura dei nipoti. Questa forma di assistenza familiare non aiuta solo i genitori, ma è una vera e propria neuroplasticità applicata alla vita reale. La scienza conferma che il coinvolgimento sociale attivo supera l’efficacia del brain training solitario.

Come si fa a essere una ‘nonna’ giovane? Oltre gli esercizi mentali: perché i nipoti salvano il cervello
Ogni nonna che mette da parte il manuale di enigmistica per giocare con un bambino compie un gesto essenziale per la propria salute mentale. Gestire un nipote è un compito cognitivo davvero complesso. Richiede l’uso contemporaneo di diverse aree del cervello. Non si tratta di un esercizio statico, ma di un allenamento dinamico e imprevedibile.
Quando una nonna narra una storia, allena la sua fluidità verbale. Così come quando deve ricordare l’orario del pranzo o la posizione di un giocattolo, stimola l’ippocampo. I bambini richiedono attenzione e – di conseguenza – sfidano continuamente il cervello, anche dei più anziani. Richiedono risposte creative e una pazienza che abbassa di molto il cortisolo, l’ormone dello stress.
Lo studio di Tilburg evidenzia un dato fondamentale. I benefici non dipendono dalla quantità di tempo trascorsa con i piccoli. Non importa se si tratta di un pomeriggio a settimana o di un aiuto quotidiano: anche solo il fatto di “prendersi cura” del proprio nipote crea un vero e proprio scudo protettivo contro la demenza senile. I ricercatori hanno osservato che le nonne che si intrattengono con i figli dei loro figli ottengono punteggi migliori nei test di memoria e questo accade indipendentemente dallo stato di salute iniziale o dall’età. Insomma, il ruolo di ‘nonna a tempo pieno’ (o quasi) sembra rallentare il declino delle funzioni cognitive in modo naturale. La solitudine viene sostituita da uno scopo vitale e stimolante.
C’è però una clausola: il beneficio esiste solo se l’attività è percepita come un piacere e non come un dovere, altrimenti l’effetto positivo svanisce. Insomma, non serve chiudersi in una stanza a risolvere calcoli complessi. Il Sudoku resta un ottimo passatempo, ma una passeggiata al parco o una conversazione con un nipote valgono più di mille cruciverba per avere una mente lucida.
