Cosa succede davvero nella lavatrice quando lavi i leggings: il segreto che nessuno ti ha mai detto e che sta uccidendo il pianeta

I leggings sintetici che indossi per una corsa al parco o una lezione di yoga sembrano innocui. Eppure, ogni volta che finiscono in lavatrice, accade qualcosa di quasi impercettibile ma dalle conseguenze significative. Durante il ciclo di lavaggio, il tessuto subisce sollecitazioni meccaniche che provocano il distacco di minuscole particelle. Queste fibre invisibili all’occhio umano viaggiano attraverso gli scarichi domestici, superano spesso i sistemi di depurazione e raggiungono fiumi, laghi e oceani. Non si tratta di un fenomeno marginale: è una delle principali vie di ingresso delle microplastiche negli ecosistemi acquatici.

L’abbigliamento sportivo sintetico è diventato uno standard nell’armadio contemporaneo, apprezzato per caratteristiche che sembrano irrinunciabili: traspirabilità, elasticità, resistenza all’usura, facilità di manutenzione. Proprio queste qualità hanno favorito la diffusione capillare di tessuti come poliestere, nylon ed elastan. Tuttavia, dietro la praticità si nasconde un costo ambientale che solo di recente è emerso con chiarezza nella letteratura scientifica. Capire cosa accade realmente all’interno della lavatrice e quali strategie possono ridurre efficacemente il rilascio di microfibre è essenziale per chiunque voglia continuare a utilizzare capi tecnici senza contribuire inconsapevolmente al degrado ambientale.

Quando la lavatrice diventa una fonte di inquinamento

Il problema non si limita alla fase di utilizzo o smaltimento del capo. È proprio nel momento del lavaggio, ripetuto centinaia di volte nella vita di un indumento, che si genera la maggior parte dell’inquinamento. A differenza di altri tipi di rifiuti, le microplastiche rilasciate durante il lavaggio non sono visibili, non producono odori sgradevoli, non lasciano tracce evidenti. Per questo sono state a lungo sottovalutate. Ma la loro presenza negli oceani, nel suolo, nell’aria e persino negli alimenti che consumiamo è ormai documentata con rigore crescente dalla comunità scientifica internazionale.

Le microfibre sintetiche sono frammenti di dimensioni inferiori ai cinque millimetri, spesso compresi tra dieci e cinquanta micrometri di diametro. La loro generazione dipende dalla frizione meccanica tra i capi sintetici e le pareti del cestello, dall’azione dell’acqua, dalla temperatura e dalla velocità di centrifuga. Secondo uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology, un singolo carico di bucato può rilasciare fino a 700.000 microfibre. I leggings, essendo indumenti aderenti soggetti a frequente movimento e lavaggio, rientrano tra i capi che presentano tassi di rilascio particolarmente elevati, soprattutto se realizzati con tessuti di qualità inferiore o già usurati.

Non tutti i tessuti sintetici si comportano allo stesso modo. Il poliestere vergine tende a rilasciare quantità maggiori di fibre rispetto al poliestere riciclato certificato, che presenta una struttura più compatta grazie ai processi industriali di rigenerazione. Il nylon e l’elastan, pur essendo materiali sintetici, mostrano una minore propensione alla frammentazione. L’usura del capo, il numero di cicli di lavaggio già effettuati, la presenza di altri indumenti abrasivi nel cestello e persino il tipo di detersivo utilizzato possono influire sulla quantità di microfibre disperse.

Un aspetto poco noto riguarda la temperatura dell’acqua. Lavaggi a temperature superiori ai 40°C non solo consumano più energia, ma aumentano anche la degradazione delle fibre sintetiche. Il calore indebolisce la struttura molecolare del tessuto, favorendo microfratture che accelerano il rilascio. Questo vale anche per i detersivi aggressivi o contenenti enzimi particolarmente attivi: sebbene migliorino l’efficacia del lavaggio, possono compromettere la tenuta delle fibre nel tempo.

Da casa agli oceani: il viaggio invisibile

Una volta rilasciate, le microfibre sintetiche seguono il percorso dell’acqua di scarico. Gli impianti di depurazione tradizionali riescono a trattenere solo una parte delle particelle, soprattutto quelle di dimensioni maggiori. Le fibre più piccole, inferiori ai 300 micrometri, sfuggono ai filtri e finiscono nei corsi d’acqua. Da lì raggiungono laghi, fiumi e, infine, gli oceani. Una volta nell’ambiente marino, queste particelle galleggiano, si depositano nei sedimenti oppure vengono ingerite da organismi acquatici.

Secondo una ricerca recente, microplastiche sono state rilevate nelle acque del Mar Glaciale Artico, una delle aree più remote del pianeta. Questo dimostra quanto il fenomeno sia ormai diffuso su scala globale. Le microplastiche non sono inerti: assorbono sostanze chimiche tossiche presenti nell’ambiente, come ftalati e metalli pesanti. Possono anche fungere da supporto per batteri patogeni, diventando vettori di contaminazione biologica. Microplastiche sono state trovate in campioni di acqua potabile, aria, sale da cucina, miele e persino nella placenta umana.

Le soluzioni concrete che funzionano davvero

Di fronte a questo scenario, molte persone si chiedono cosa possano fare concretamente. La risposta più semplice ed efficace è spesso anche la più trascurata: lavare i leggings meno frequentemente. A differenza di biancheria intima, i leggings sportivi possono essere riutilizzati più volte prima di necessitare realmente di un lavaggio. Se sono stati indossati per un’attività a bassa intensità o non presentano odori visibili, possono tranquillamente essere arieggiati e riposti per un secondo utilizzo. Questo accorgimento riduce il rilascio di microfibre e prolunga anche la durata del capo stesso.

Quando il lavaggio diventa inevitabile, esistono strategie concrete. Una delle più efficaci è rappresentata dai sacchetti cattura-microfibre, come il Guppyfriend. Si tratta di contenitori in tessuto tecnico a trama fitta, progettati per trattenere le microfibre rilasciate durante il ciclo di lavaggio. Test condotti da laboratori indipendenti hanno dimostrato che questi sacchetti possono trattenere tra il 70 e il 90% delle microfibre prodotte da un singolo capo. Oltre a bloccare le particelle già rilasciate, riducono anche la frizione meccanica tra i tessuti, limitando ulteriormente il distacco delle fibre alla fonte.

Parallelamente, è fondamentale impostare correttamente i parametri della lavatrice. Lavaggi a 30°C riducono lo stress termico sulle fibre sintetiche, limitando le microfratture che portano al loro distacco. Abbassare la velocità di centrifuga a 600-800 giri diminuisce significativamente l’attrito tra i capi e le pareti del cestello. Si tratta di interventi semplici, a costo zero, ma con un impatto misurabile.

Un altro aspetto cruciale riguarda la scelta dei capi in fase di acquisto. Diversi marchi propongono leggings realizzati con fibre riciclate, come poliestere post-consumo certificato GRS o nylon rigenerato ECONYL®. Questi materiali presentano spesso una struttura più resistente al rilascio di microfibre. Esistono anche alternative con materiali naturali o biodegradabili come il cotone biologico o il TENCEL®, che non rilasciano microplastiche. In fase di acquisto, verifica la presenza di certificazioni ambientali riconosciute e presta attenzione alla qualità delle cuciture, che indicano una maggiore durata del capo.

Non serve fare scelte perfette o rinunciare all’abbigliamento tecnico. Serve consapevolezza. Sapere perché alcune pratiche funzionano permette di agire con efficacia, senza stravolgere le proprie abitudini. Combinando riduzione dei lavaggi, uso di sacchetti cattura-microfibre, cicli a bassa temperatura e centrifuga ridotta, è possibile diminuire anche dell’80% il rilascio di microplastiche da un singolo capo nel corso della sua vita utile. L’inquinamento da microplastiche è un problema complesso, ma le soluzioni possono essere sorprendentemente semplici. E partono proprio dalla lavatrice di casa.

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