Perché alcune persone pubblicano continuamente selfie sui social network, secondo la psicologia?

Ammettilo: anche tu hai almeno una persona nella tua lista amici che trasforma Instagram in un’autobiografia fotografica in tempo reale. Ogni momento della giornata diventa un’occasione per un autoscatto. Sveglia con i capelli arruffati? Selfie. Caffè al bar? Selfie. Tramonto visto dalla finestra? Ovviamente selfie. E tu lì, a scorrere il feed chiedendoti se questa persona viva davvero i momenti o li attraversi solo per fotografarli.

Ma prima di liquidare il tutto come puro narcisismo da social media, fermati un attimo. La psicologia ha qualcosa di molto più interessante da raccontarci su questo fenomeno. Dietro quella fotocamera sempre puntata si nasconde un universo di meccanismi mentali, bisogni emotivi e, sì, anche qualche trappola neurochimica che meriterebbe la tua attenzione.

Il Cervello Drogato di Cuoricini: La Scienza Dietro i Like

Partiamo dal principio base: il tuo cervello adora le ricompense. Quando pubblichi un selfie e cominciano ad arrivare like, commenti e cuoricini vari, il tuo sistema nervoso centrale rilascia dopamina, lo stesso neurotrasmettitore che entra in gioco quando mangi cioccolato, vinci una partita o ricevi un abbraccio da qualcuno che ti piace.

Uno studio del 2018 ha analizzato proprio questo meccanismo, scoprendo che l’uso eccessivo dei selfie innesca pattern di ricompensa straordinariamente simili a quelli delle dipendenze comportamentali. In pratica, il tuo smartphone diventa una slot machine emotiva: tiri la leva pubblicando la foto, aspetti che escano i simboli giusti sotto forma di notifiche, e quando arrivano, bam, scarica di piacere garantita.

Il problema è che, come tutte le dipendenze, anche questa sviluppa una tolleranza progressiva. Ricordi quando eri felicissimo per cinque like? Poi ne sono serviti dieci, poi venti, poi cinquanta. Il tuo cervello alza costantemente l’asticella della soddisfazione, e quello che una volta bastava ora ti lascia con una sensazione di vuoto. È un tapis roulant emotivo da cui diventa sempre più difficile scendere.

L’Autostima sulle Montagne Russe: Quando Gli Altri Decidono Quanto Vali

Qui entriamo in un territorio psicologico affascinante: quello dell’autostima contingente. Questo termine tecnico descrive una forma di autostima che non poggia su basi solide interne, ma oscilla continuamente in base ai feedback esterni. È come costruire una casa sulla sabbia invece che sulla roccia: al primo cambio di marea, tutto traballa.

Le persone con autostima contingente hanno letteralmente esternalizzato il loro termometro del valore personale. Se un selfie ottiene tanti like, si sentono belle, interessanti, degne di attenzione. Se lo stesso selfie riceve meno reazioni del previsto, crollano nell’insicurezza. Ricerche condotte su popolazioni giovani hanno confermato che questo tipo di autostima è fortemente collegato all’uso intensivo dei social media, creando un ciclo di dipendenza emotiva dai giudizi altrui.

Nel 2018, uno studio su Personality and Individual Differences hanno classificato tre livelli di selfitis, ovvero dipendenza da selfie. Il livello borderline prevede da uno a tre selfie al giorno, quello acuto da tre a sei, mentre il livello cronico supera i sei selfie quotidiani pubblicati online. Sì, hanno davvero creato una scala per misurare quanto sei dipendente dai tuoi autoscatti.

Ma Davvero È Tutta Questione di Narcisismo?

Ecco la domanda che tutti si fanno: chi pubblica selfie in continuazione è per forza un narcisista patologico? La risposta breve è no. Quella lunga è decisamente più sfumata e interessante.

Certo, esiste una correlazione tra la pubblicazione compulsiva di selfie e alcuni tratti narcisistici, ma attenzione: tratti narcisistici non equivalgono a disturbo narcisistico di personalità. La differenza è enorme. Moltissime persone che pubblicano tanti selfie hanno quello che gli psicologi chiamano “narcisismo vulnerabile”, cioè un’autostima apparentemente gonfiata ma in realtà fragile come cristallo, che necessita di continue conferme esterne per non andare in frantumi.

Uno studio di Chen e colleghi del 2016 ha trovato una correlazione positiva tra certi tratti narcisistici, in particolare la grandiosità, e la frequenza di pubblicazione di selfie. Questo è particolarmente vero per chi usa i social per promuovere attivamente la propria immagine. Ricerche simili condotte da Lee e Sung nello stesso anno hanno confermato che il legame è più forte quando entrano in gioco l’auto-oggettivazione e l’insoddisfazione per il proprio aspetto fisico.

Ma, e qui viene la parte sorprendente, gli stessi studi hanno scoperto che i selfie possono anche migliorare il benessere psicologico di alcune persone. Per molti, fotografarsi diventa un momento di riflessione, un modo per documentare la propria crescita, persino una pratica che riduce lo stress. Non è tutto bianco o nero, come spesso accade quando si parla di comportamenti umani.

I Meccanismi Invisibili: Quello Che Succede Sotto la Superficie

Dal punto di vista psicoanalitico, dietro la compulsione ai selfie si nascondono meccanismi di difesa particolarmente interessanti: identificazione e proiezione.

L’identificazione funziona più o meno così: tu costruisci un’immagine idealizzata di te stesso attraverso i selfie, usando filtri, angolazioni studiate, luci perfette, e poi cerchi di diventare quella persona. È come se stessi dicendo al mondo: “Questa è la versione migliore di me, e se abbastanza persone la approvano, forse diventerà la mia vera identità”. Stai letteralmente tentando di plasmare chi sei attraverso gli occhi degli altri.

Quante notifiche bastano a migliorarti la giornata?
1 è già qualcosa
Almeno 10
Ne voglio 50
Finché vibra va bene

La proiezione, invece, è quel meccanismo per cui attribuisci agli altri le tue aspettative. Pensi: “Se io trovassi questa foto impressionante, allora anche tutti gli altri dovrebbero trovarla tale”. È un modo per gestire l’ansia esistenziale di non sapere chi sei veramente, delegando agli sconosciuti su Internet il compito di definirti.

Analisi psicologiche recenti collegano questi meccanismi alla ricerca di identità tipica degli adolescenti e dei giovani adulti. In un’epoca in cui i ruoli sociali sono fluidi e le possibilità infinite, molti usano i selfie come strumento per esplorare e costruire la propria identità in contesti digitali sempre mutevoli.

Il Bisogno di Attenzione Non È il Nemico

Sfatiamo subito un mito: volere attenzione non è automaticamente una cosa negativa. È un bisogno umano fondamentale, scritto nel nostro DNA da millenni. Quando i nostri antenati vivevano in piccole tribù, essere visti, riconosciuti e apprezzati dal gruppo era letteralmente una questione di sopravvivenza. Chi veniva escluso o ignorato rischiava davvero la vita.

Il problema non è cercare attenzione, ma quando questa diventa l’unica fonte di validazione della tua esistenza. Quando il tuo umore mattutino dipende da quante notifiche hai ricevuto durante la notte. Quando cancelli una foto perché non ha raggiunto il numero di like che consideravi accettabile. Quando pianifichi le tue giornate in base a cosa sarà più fotografabile e condivisibile. Ecco, lì il bisogno sano si trasforma in qualcosa di problematico.

Gli psicologi sottolineano che pubblicare foto di sé può essere anche un modo legittimo di esprimere creatività, documentare momenti significativi della propria vita, mantenere connessioni sociali autentiche. Il confine tra uso sano e uso ossessivo non sta nell’atto in sé, ma nella motivazione che lo spinge e nell’impatto che ha sulla tua vita concreta.

I Campanelli d’Allarme: Quando Dovresti Preoccuparti

Come fai a capire se tu, o qualcuno che conosci, state scivolando verso un rapporto problematico con i selfie? Ecco alcuni segnali che dovrebbero accendere una spia rossa nel tuo cruscotto mentale. L’ansia da notifica ti porta a controllare il telefono in modo ossessivo per vedere quanti like hai ricevuto, anche durante conversazioni importanti o momenti che dovresti vivere pienamente. Il tuo umore dipendente dai numeri sale e scende in base diretta alla risposta che ottengono i tuoi post, come se i like fossero il carburante della tua felicità.

Preferisci fotografare i momenti piuttosto che viverli autenticamente, creando una distanza tra te e la realtà in quello che viene chiamato isolamento paradossale. Scatti decine, a volte centinaia di foto prima di trovare quella “giusta”, perdendo ore preziose della tua giornata per via di un perfezionismo estremo. Misuri costantemente il tuo valore confrontando i tuoi numeri con quelli degli altri, sentendoti inadeguato quando qualcuno “performa” meglio di te in un confronto tossico continuo. Usi filtri in modo compulsivo perché non riesci proprio ad accettare il tuo aspetto naturale, creando una versione virtuale di te sempre più distante dalla realtà.

Costruire un Rapporto Sano con la Propria Immagine Digitale

Se riconosci in te stesso alcune delle dinamiche problematiche descritte finora, respira. La consapevolezza è già metà del percorso verso il cambiamento. Non devi cancellare tutti i tuoi account social o giurare di non scattare mai più un selfie.

Prova invece a fare questo esercizio di autoconsapevolezza: prima di pubblicare la prossima foto, fermati e chiediti perché lo stai facendo. Se la risposta sincera è “perché ho bisogno di sentirmi meglio con me stesso” o “perché senza quei like mi sento invisibile”, forse è il momento di fare una pausa e cercare quel benessere in modi più solidi e duraturi.

Costruire un’autostima che non dipenda dai cuoricini virtuali richiede tempo, pazienza e lavoro consapevole. Significa imparare a riconoscere il tuo valore internamente, attraverso i tuoi successi reali, le tue capacità concrete, le relazioni significative nella vita offline. Non è un percorso rapido, ma è infinitamente più stabile di quello che ti offrono gli algoritmi.

Non si tratta di demonizzare i social o i selfie, ma di usarli in modo consapevole e intenzionale, come strumenti di espressione e connessione autentica, non come stampelle emotive o sostituti di una vita reale appagante. Per alcuni, fotografarsi regolarmente diventa un diario visivo della propria evoluzione personale. Vedere come sei cambiato nel corso dei mesi o degli anni può essere incredibilmente gratificante, aiutandoti a riconoscere progressi che altrimenti potresti non notare.

La prossima volta che vedi qualcuno pubblicare l’ennesimo autoscatto della giornata, prima di giudicare ricorda che dietro ogni schermo c’è una persona reale con le sue fragilità, i suoi bisogni, la sua storia personale. E se quella persona sei tu, fermati un momento e chiediti cosa stai davvero cercando in quei numeri che compaiono sotto le tue foto. La risposta potrebbe sorprenderti e, forse, aiutarti a trovare quello che cerchi in posti più autentici e duraturi. Il selfie più importante che puoi scattare non passa attraverso la fotocamera del telefono, ma attraverso lo sguardo onesto che rivolgi a te stesso: guardarti dentro con sincerità, accettare ciò che vedi con le sue luci e ombre, e decidere di valorizzarti indipendentemente da quanti estranei su Internet approvano la tua faccia.

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